La Divina Commedia Inferno Dante Alighieri completo-online

la divina commedia inferno dante testoDi seguito, uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale, scritta dal padre della lingua italiana, Dante Alighieri, intorno al 1.300 .

Il titolo originale era “Qui comincia la commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita ma non di costumi”.

Il poema é scritto in lingua volgare fiorentina, in terzine incatenate e in versi endecasillabi.

Non ricordo di aver mai letto una cosa più interessante, intrigante, misteriosa, divertente, emozionante e fantastica di questo scritto.  

Dietro ogni piccola frase, quasi ad ogni singola parola c’è un significato da indagare, scoprire, una storia di altri tempi, e che decine di autori fecero chiose e commenti al testo,  la Commedia ebbe subito un grande successo, che ne furno fatte copie su copie, – inizialmente a mano –  le quali si diffusero dapprima nelle zone intorno a Firenze poi in tutta Italia, questo permise un consolidamento del volgare fiorentino come lingua italiana, cioè una lingua che tutti gli italiani capivano e riuscivano a leggere. 

Di seguito, abbiamo postato la prima delle 3 cantiche, ottimo anche per ragazzi,  l’inferno. Composto da 33 canti più 1a introduzione – il primo canto – qui magnificamente letto da quello che è stato conosciuto come il più grande attore italiano, Vittorio Gassmann

INFERNO Dante testo completo online: 

 

Inferno: Canto I

 

  • Nel mezzo del cammin di nostra vita
  • mi ritrovai per una selva oscura
  • ché la diritta via era smarrita.
  • Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
  • esta selva selvaggia e aspra e forte
  • che nel pensier rinova la paura!
  • Tant’è amara che poco è più morte;
  • ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
  • dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
  • Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
  • tant’era pien di sonno a quel punto
  • che la verace via abbandonai.
  • Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
  • là dove terminava quella valle
  • che m’avea di paura il cor compunto,
  • guardai in alto, e vidi le sue spalle
  • vestite già de’ raggi del pianeta
  • che mena dritto altrui per ogne calle.
  • Allor fu la paura un poco queta
  • che nel lago del cor m’era durata
  • la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
  • E come quei che con lena affannata
  • uscito fuor del pelago a la riva
  • si volge a l’acqua perigliosa e guata,
  • così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
  • si volse a retro a rimirar lo passo
  • che non lasciò già mai persona viva.
  • Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
  • ripresi via per la piaggia diserta,
  • sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
  • Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
  • una lonza leggera e presta molto,
  • che di pel macolato era coverta;
  • e non mi si partia dinanzi al volto,
  • anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
  • ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
  • Temp’era dal principio del mattino,
  • e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
  • ch’eran con lui quando l’amor divino
  • mosse di prima quelle cose belle;
  • sì ch’a bene sperar m’era cagione
  • di quella fiera a la gaetta pelle
  • l’ora del tempo e la dolce stagione;
  • ma non sì che paura non mi desse
  • la vista che m’apparve d’un leone.
  • Questi parea che contra me venisse
  • con la test’alta e con rabbiosa fame,
  • sì che parea che l’aere ne tremesse.
  • Ed una lupa, che di tutte brame
  • sembiava carca ne la sua magrezza,
  • e molte genti fé già viver grame,
  • questa mi porse tanto di gravezza
  • con la paura ch’uscia di sua vista,
  • ch’io perdei la speranza de l’altezza.
  • E qual è quei che volontieri acquista,
  • e giugne ‘l tempo che perder lo face,
  • che ‘n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;
  • tal mi fece la bestia sanza pace,
  • che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
  • mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
  • Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
  • dinanzi a li occhi mi si fu offerto
  • chi per lungo silenzio parea fioco.
  • Quando vidi costui nel gran diserto,
  • «Miserere di me», gridai a lui,
  • «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
  • Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
  • e li parenti miei furon lombardi,
  • mantoani per patria ambedui.
  • Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
  • e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
  • nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
  • Poeta fui, e cantai di quel giusto
  • figliuol d’Anchise che venne di Troia,
  • poi che ‘l superbo Ilión fu combusto.
  • Ma tu perché ritorni a tanta noia?
  • perché non sali il dilettoso monte
  • ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
  • «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
  • che spandi di parlar sì largo fiume?»,
  • rispuos’io lui con vergognosa fronte.
  • «O de li altri poeti onore e lume
  • vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
  • che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
  • Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore;
  • tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
  • lo bello stilo che m’ha fatto onore.
  • Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:
  • aiutami da lei, famoso saggio,
  • ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
  • «A te convien tenere altro viaggio»,
  • rispuose poi che lagrimar mi vide,
  • «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:
  • ché questa bestia, per la qual tu gride,
  • non lascia altrui passar per la sua via,
  • ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
  • e ha natura sì malvagia e ria,
  • che mai non empie la bramosa voglia,
  • e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
  • Molti son li animali a cui s’ammoglia,
  • e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
  • verrà, che la farà morir con doglia.
  • Questi non ciberà terra né peltro,
  • ma sapienza, amore e virtute,
  • e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
  • Di quella umile Italia fia salute
  • per cui morì la vergine Cammilla,
  • Eurialo e Turno e Niso di ferute.
  • Questi la caccerà per ogne villa,
  • fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
  • là onde ‘nvidia prima dipartilla.
  • Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
  • che tu mi segui, e io sarò tua guida,
  • e trarrotti di qui per loco etterno,
  • ove udirai le disperate strida,
  • vedrai li antichi spiriti dolenti,
  • ch’a la seconda morte ciascun grida;
  • e vederai color che son contenti
  • nel foco, perché speran di venire
  • quando che sia a le beate genti.
  • A le quai poi se tu vorrai salire,
  • anima fia a ciò più di me degna:
  • con lei ti lascerò nel mio partire;
  • ché quello imperador che là sù regna,
  • perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
  • non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
  • In tutte parti impera e quivi regge;
  • quivi è la sua città e l’alto seggio:
  • oh felice colui cu’ ivi elegge!».
  • E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
  • per quello Dio che tu non conoscesti,
  • acciò ch’io fugga questo male e peggio,
  • che tu mi meni là dov’or dicesti,
  • sì ch’io veggia la porta di san Pietro
  • e color cui tu fai cotanto mesti».
  • Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Inferno: Canto II

 

  • Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
  • toglieva li animai che sono in terra
  • da le fatiche loro; e io sol uno
  • m’apparecchiava a sostener la guerra
  • sì del cammino e sì de la pietate,
  • che ritrarrà la mente che non erra.
  • O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
  • o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
  • qui si parrà la tua nobilitate.
  • Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
  • guarda la mia virtù s’ell’è possente,
  • prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
  • Tu dici che di Silvio il parente,
  • corruttibile ancora, ad immortale
  • secolo andò, e fu sensibilmente.
  • Però, se l’avversario d’ogne male
  • cortese i fu, pensando l’alto effetto
  • ch’uscir dovea di lui e ‘l chi e ‘l quale,
  • non pare indegno ad omo d’intelletto;
  • ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
  • ne l’empireo ciel per padre eletto:
  • la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,
  • fu stabilita per lo loco santo
  • u’ siede il successor del maggior Piero.
  • Per quest’andata onde li dai tu vanto,
  • intese cose che furon cagione
  • di sua vittoria e del papale ammanto.
  • Andovvi poi lo Vas d’elezione,
  • per recarne conforto a quella fede
  • ch’è principio a la via di salvazione.
  • Ma io perché venirvi? o chi ‘l concede?
  • Io non Enea, io non Paulo sono:
  • me degno a ciò né io né altri ‘l crede.
  • Per che, se del venire io m’abbandono,
  • temo che la venuta non sia folle.
  • Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
  • E qual è quei che disvuol ciò che volle
  • e per novi pensier cangia proposta,
  • sì che dal cominciar tutto si tolle,
  • tal mi fec’io ‘n quella oscura costa,
  • perché, pensando, consumai la ‘mpresa
  • che fu nel cominciar cotanto tosta.
  • «S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
  • rispuose del magnanimo quell’ombra;
  • «l’anima tua è da viltade offesa;
  • la qual molte fiate l’omo ingombra
  • sì che d’onrata impresa lo rivolve,
  • come falso veder bestia quand’ombra.
  • Da questa tema acciò che tu ti solve,
  • dirotti perch’io venni e quel ch’io ‘ntesi
  • nel primo punto che di te mi dolve.
  • Io era tra color che son sospesi,
  • e donna mi chiamò beata e bella,
  • tal che di comandare io la richiesi.
  • Lucevan li occhi suoi più che la stella;
  • e cominciommi a dir soave e piana,
  • con angelica voce, in sua favella:
  • “O anima cortese mantoana,
  • di cui la fama ancor nel mondo dura,
  • e durerà quanto ‘l mondo lontana,
  • l’amico mio, e non de la ventura,
  • ne la diserta piaggia è impedito
  • sì nel cammin, che volt’è per paura;
  • e temo che non sia già sì smarrito,
  • ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
  • per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
  • Or movi, e con la tua parola ornata
  • e con ciò c’ha mestieri al suo campare
  • l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata.
  • I’ son Beatrice che ti faccio andare;
  • vegno del loco ove tornar disio;
  • amor mi mosse, che mi fa parlare.
  • Quando sarò dinanzi al segnor mio,
  • di te mi loderò sovente a lui”.
  • Tacette allora, e poi comincia’ io:
  • “O donna di virtù, sola per cui
  • l’umana spezie eccede ogne contento
  • di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
  • tanto m’aggrada il tuo comandamento,
  • che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
  • più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
  • Ma dimmi la cagion che non ti guardi
  • de lo scender qua giuso in questo centro
  • de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
  • “Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
  • dirotti brievemente”, mi rispuose,
  • “perch’io non temo di venir qua entro.
  • Temer si dee di sole quelle cose
  • c’hanno potenza di fare altrui male;
  • de l’altre no, ché non son paurose.
  • I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
  • che la vostra miseria non mi tange,
  • né fiamma d’esto incendio non m’assale.
  • Donna è gentil nel ciel che si compiange
  • di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
  • sì che duro giudicio là sù frange.
  • Questa chiese Lucia in suo dimando
  • e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
  • di te, e io a te lo raccomando -.
  • Lucia, nimica di ciascun crudele,
  • si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
  • che mi sedea con l’antica Rachele.
  • Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
  • ché non soccorri quei che t’amò tanto,
  • ch’uscì per te de la volgare schiera?
  • non odi tu la pieta del suo pianto?
  • non vedi tu la morte che ‘l combatte
  • su la fiumana ove ‘l mar non ha vanto? –
  • Al mondo non fur mai persone ratte
  • a far lor pro o a fuggir lor danno,
  • com’io, dopo cotai parole fatte,
  • venni qua giù del mio beato scanno,
  • fidandomi del tuo parlare onesto,
  • ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
  • Poscia che m’ebbe ragionato questo,
  • li occhi lucenti lagrimando volse;
  • per che mi fece del venir più presto;
  • e venni a te così com’ella volse;
  • d’inanzi a quella fiera ti levai
  • che del bel monte il corto andar ti tolse.
  • Dunque: che è? perché, perché restai?
  • perché tanta viltà nel core allette?
  • perché ardire e franchezza non hai?
  • poscia che tai tre donne benedette
  • curan di te ne la corte del cielo,
  • e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?».
  • Quali fioretti dal notturno gelo
  • chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca
  • si drizzan tutti aperti in loro stelo,
  • tal mi fec’io di mia virtude stanca,
  • e tanto buono ardire al cor mi corse,
  • ch’i’ cominciai come persona franca:
  • «Oh pietosa colei che mi soccorse!
  • e te cortese ch’ubidisti tosto
  • a le vere parole che ti porse!
  • Tu m’hai con disiderio il cor disposto
  • sì al venir con le parole tue,
  • ch’i’ son tornato nel primo proposto.
  • Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
  • tu duca, tu segnore, e tu maestro».
  • Così li dissi; e poi che mosso fue,
  • intrai per lo cammino alto e silvestro.

Inferno: Canto III

 

  • “PER ME SI VA NE LA CITTÀ DOLENTE,
  • PER ME SI VA NE L’ETTERNO DOLORE,
  • PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.
  • GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE:
  • FECEMI LA DIVINA PODESTATE,
  • LA SOMMA SAPIENZA E ‘L PRIMO AMORE.
  • DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE
  • SE NON ETTERNE, E IO ETTERNO DURO.
  • LASCIATE OGNE SPERANZA, VOI CH’INTRATE”.
  • Queste parole di colore oscuro
  • vid’io scritte al sommo d’una porta;
  • per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
  • Ed elli a me, come persona accorta:
  • «Qui si convien lasciare ogne sospetto;
  • ogne viltà convien che qui sia morta.
  • Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
  • che tu vedrai le genti dolorose
  • c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
  • E poi che la sua mano a la mia puose
  • con lieto volto, ond’io mi confortai,
  • mi mise dentro a le segrete cose.
  • Quivi sospiri, pianti e alti guai
  • risonavan per l’aere sanza stelle,
  • per ch’io al cominciar ne lagrimai.
  • Diverse lingue, orribili favelle,
  • parole di dolore, accenti d’ira,
  • voci alte e fioche, e suon di man con elle
  • facevano un tumulto, il qual s’aggira
  • sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
  • come la rena quando turbo spira.
  • E io ch’avea d’error la testa cinta,
  • dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
  • e che gent’è che par nel duol sì vinta?».
  • Ed elli a me: «Questo misero modo
  • tegnon l’anime triste di coloro
  • che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.
  • Mischiate sono a quel cattivo coro
  • de li angeli che non furon ribelli
  • né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
  • Caccianli i ciel per non esser men belli,
  • né lo profondo inferno li riceve,
  • ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
  • E io: «Maestro, che è tanto greve
  • a lor, che lamentar li fa sì forte?».
  • Rispuose: «Dicerolti molto breve.
  • Questi non hanno speranza di morte
  • e la lor cieca vita è tanto bassa,
  • che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte.
  • Fama di loro il mondo esser non lassa;
  • misericordia e giustizia li sdegna:
  • non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
  • E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
  • che girando correva tanto ratta,
  • che d’ogne posa mi parea indegna;
  • e dietro le venìa sì lunga tratta
  • di gente, ch’i’ non averei creduto
  • che morte tanta n’avesse disfatta.
  • Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
  • vidi e conobbi l’ombra di colui
  • che fece per viltade il gran rifiuto.
  • Incontanente intesi e certo fui
  • che questa era la setta d’i cattivi,
  • a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
  • Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
  • erano ignudi e stimolati molto
  • da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
  • Elle rigavan lor di sangue il volto,
  • che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
  • da fastidiosi vermi era ricolto.
  • E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
  • vidi genti a la riva d’un gran fiume;
  • per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
  • ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
  • le fa di trapassar parer sì pronte,
  • com’io discerno per lo fioco lume».
  • Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
  • quando noi fermerem li nostri passi
  • su la trista riviera d’Acheronte».
  • Allor con li occhi vergognosi e bassi,
  • temendo no ‘l mio dir li fosse grave,
  • infino al fiume del parlar mi trassi.
  • Ed ecco verso noi venir per nave
  • un vecchio, bianco per antico pelo,
  • gridando: «Guai a voi, anime prave!
  • Non isperate mai veder lo cielo:
  • i’ vegno per menarvi a l’altra riva
  • ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.
  • E tu che se’ costì, anima viva,
  • pàrtiti da cotesti che son morti».
  • Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
  • disse: «Per altra via, per altri porti
  • verrai a piaggia, non qui, per passare:
  • più lieve legno convien che ti porti».
  • E ‘l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
  • vuolsi così colà dove si puote
  • ciò che si vuole, e più non dimandare».
  • Quinci fuor quete le lanose gote
  • al nocchier de la livida palude,
  • che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
  • Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
  • cangiar colore e dibattero i denti,
  • ratto che ‘nteser le parole crude.
  • Bestemmiavano Dio e lor parenti,
  • l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme
  • di lor semenza e di lor nascimenti.
  • Poi si ritrasser tutte quante insieme,
  • forte piangendo, a la riva malvagia
  • ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
  • Caron dimonio, con occhi di bragia,
  • loro accennando, tutte le raccoglie;
  • batte col remo qualunque s’adagia.
  • Come d’autunno si levan le foglie
  • l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo
  • vede a la terra tutte le sue spoglie,
  • similemente il mal seme d’Adamo
  • gittansi di quel lito ad una ad una,
  • per cenni come augel per suo richiamo.
  • Così sen vanno su per l’onda bruna,
  • e avanti che sien di là discese,
  • anche di qua nuova schiera s’auna.
  • «Figliuol mio», disse ‘l maestro cortese,
  • «quelli che muoion ne l’ira di Dio
  • tutti convegnon qui d’ogne paese:
  • e pronti sono a trapassar lo rio,
  • ché la divina giustizia li sprona,
  • sì che la tema si volve in disio.
  • Quinci non passa mai anima buona;
  • e però, se Caron di te si lagna,
  • ben puoi sapere omai che ‘l suo dir suona».
  • Finito questo, la buia campagna
  • tremò sì forte, che de lo spavento
  • la mente di sudore ancor mi bagna.
  • La terra lagrimosa diede vento,
  • che balenò una luce vermiglia
  • la qual mi vinse ciascun sentimento;
  • e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Inferno: Canto IV

 

  • Ruppemi l’alto sonno ne la testa
  • un greve truono, sì ch’io mi riscossi
  • come persona ch’è per forza desta;
  • e l’occhio riposato intorno mossi,
  • dritto levato, e fiso riguardai
  • per conoscer lo loco dov’io fossi.
  • Vero è che ‘n su la proda mi trovai
  • de la valle d’abisso dolorosa
  • che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai.
  • Oscura e profonda era e nebulosa
  • tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
  • io non vi discernea alcuna cosa.
  • «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
  • cominciò il poeta tutto smorto.
  • «Io sarò primo, e tu sarai secondo».
  • E io, che del color mi fui accorto,
  • dissi: «Come verrò, se tu paventi
  • che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
  • Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
  • che son qua giù, nel viso mi dipigne
  • quella pietà che tu per tema senti.
  • Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
  • Così si mise e così mi fé intrare
  • nel primo cerchio che l’abisso cigne.
  • Quivi, secondo che per ascoltare,
  • non avea pianto mai che di sospiri,
  • che l’aura etterna facevan tremare;
  • ciò avvenia di duol sanza martìri
  • ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
  • d’infanti e di femmine e di viri.
  • Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
  • che spiriti son questi che tu vedi?
  • Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
  • ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
  • non basta, perché non ebber battesmo,
  • ch’è porta de la fede che tu credi;
  • e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
  • non adorar debitamente a Dio:
  • e di questi cotai son io medesmo.
  • Per tai difetti, non per altro rio,
  • semo perduti, e sol di tanto offesi,
  • che sanza speme vivemo in disio».
  • Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,
  • però che gente di molto valore
  • conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.
  • «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
  • comincia’ io per voler esser certo
  • di quella fede che vince ogne errore:
  • «uscicci mai alcuno, o per suo merto
  • o per altrui, che poi fosse beato?».
  • E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,
  • rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
  • quando ci vidi venire un possente,
  • con segno di vittoria coronato.
  • Trasseci l’ombra del primo parente,
  • d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
  • di Moisè legista e ubidente;
  • Abraàm patriarca e Davìd re,
  • Israèl con lo padre e co’ suoi nati
  • e con Rachele, per cui tanto fé;
  • e altri molti, e feceli beati.
  • E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
  • spiriti umani non eran salvati».
  • Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
  • ma passavam la selva tuttavia,
  • la selva, dico, di spiriti spessi.
  • Non era lunga ancor la nostra via
  • di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
  • ch’emisperio di tenebre vincia.
  • Di lungi n’eravamo ancora un poco,
  • ma non sì ch’io non discernessi in parte
  • ch’orrevol gente possedea quel loco.
  • «O tu ch’onori scienzia e arte,
  • questi chi son c’hanno cotanta onranza,
  • che dal modo de li altri li diparte?».
  • E quelli a me: «L’onrata nominanza
  • che di lor suona sù ne la tua vita,
  • grazia acquista in ciel che sì li avanza».
  • Intanto voce fu per me udita:
  • «Onorate l’altissimo poeta:
  • l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
  • Poi che la voce fu restata e queta,
  • vidi quattro grand’ombre a noi venire:
  • sembianz’avevan né trista né lieta.
  • Lo buon maestro cominciò a dire:
  • «Mira colui con quella spada in mano,
  • che vien dinanzi ai tre sì come sire:
  • quelli è Omero poeta sovrano;
  • l’altro è Orazio satiro che vene;
  • Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.
  • Però che ciascun meco si convene
  • nel nome che sonò la voce sola,
  • fannomi onore, e di ciò fanno bene».
  • Così vid’i’ adunar la bella scola
  • di quel segnor de l’altissimo canto
  • che sovra li altri com’aquila vola.
  • Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
  • volsersi a me con salutevol cenno,
  • e ‘l mio maestro sorrise di tanto;
  • e più d’onore ancora assai mi fenno,
  • ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
  • sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
  • Così andammo infino a la lumera,
  • parlando cose che ‘l tacere è bello,
  • sì com’era ‘l parlar colà dov’era.
  • Venimmo al piè d’un nobile castello,
  • sette volte cerchiato d’alte mura,
  • difeso intorno d’un bel fiumicello.
  • Questo passammo come terra dura;
  • per sette porte intrai con questi savi:
  • giugnemmo in prato di fresca verdura.
  • Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
  • di grande autorità ne’ lor sembianti:
  • parlavan rado, con voci soavi.
  • Traemmoci così da l’un de’ canti,
  • in loco aperto, luminoso e alto,
  • sì che veder si potien tutti quanti.
  • Colà diritto, sovra ‘l verde smalto,
  • mi fuor mostrati li spiriti magni,
  • che del vedere in me stesso m’essalto.
  • I’ vidi Eletra con molti compagni,
  • tra ‘ quai conobbi Ettòr ed Enea,
  • Cesare armato con li occhi grifagni.
  • Vidi Cammilla e la Pantasilea;
  • da l’altra parte, vidi ‘l re Latino
  • che con Lavina sua figlia sedea.
  • Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
  • Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
  • e solo, in parte, vidi ‘l Saladino.
  • Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
  • vidi ‘l maestro di color che sanno
  • seder tra filosofica famiglia.
  • Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
  • quivi vid’io Socrate e Platone,
  • che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno;
  • Democrito, che ‘l mondo a caso pone,
  • Diogenés, Anassagora e Tale,
  • Empedoclès, Eraclito e Zenone;
  • e vidi il buono accoglitor del quale,
  • Diascoride dico; e vidi Orfeo,
  • Tulio e Lino e Seneca morale;
  • Euclide geomètra e Tolomeo,
  • Ipocràte, Avicenna e Galieno,
  • Averoìs, che ‘l gran comento feo.
  • Io non posso ritrar di tutti a pieno,
  • però che sì mi caccia il lungo tema,
  • che molte volte al fatto il dir vien meno.
  • La sesta compagnia in due si scema:
  • per altra via mi mena il savio duca,
  • fuor de la queta, ne l’aura che trema.
  • E vegno in parte ove non è che luca.

Inferno: Canto V

 

  • Così discesi del cerchio primaio
  • giù nel secondo, che men loco cinghia,
  • e tanto più dolor, che punge a guaio.
  • Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
  • essamina le colpe ne l’intrata;
  • giudica e manda secondo ch’avvinghia.
  • Dico che quando l’anima mal nata
  • li vien dinanzi, tutta si confessa;
  • e quel conoscitor de le peccata
  • vede qual loco d’inferno è da essa;
  • cignesi con la coda tante volte
  • quantunque gradi vuol che giù sia messa.
  • Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
  • vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
  • dicono e odono, e poi son giù volte.
  • «O tu che vieni al doloroso ospizio»,
  • disse Minòs a me quando mi vide,
  • lasciando l’atto di cotanto offizio,
  • «guarda com’entri e di cui tu ti fide;
  • non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
  • E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?
  • Non impedir lo suo fatale andare:
  • vuolsi così colà dove si puote
  • ciò che si vuole, e più non dimandare».
  • Or incomincian le dolenti note
  • a farmisi sentire; or son venuto
  • là dove molto pianto mi percuote.
  • Io venni in loco d’ogne luce muto,
  • che mugghia come fa mar per tempesta,
  • se da contrari venti è combattuto.
  • La bufera infernal, che mai non resta,
  • mena li spirti con la sua rapina;
  • voltando e percotendo li molesta.
  • Quando giungon davanti a la ruina,
  • quivi le strida, il compianto, il lamento;
  • bestemmian quivi la virtù divina.
  • Intesi ch’a così fatto tormento
  • enno dannati i peccator carnali,
  • che la ragion sommettono al talento.
  • E come li stornei ne portan l’ali
  • nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
  • così quel fiato li spiriti mali
  • di qua, di là, di giù, di sù li mena;
  • nulla speranza li conforta mai,
  • non che di posa, ma di minor pena.
  • E come i gru van cantando lor lai,
  • faccendo in aere di sé lunga riga,
  • così vid’io venir, traendo guai,
  • ombre portate da la detta briga;
  • per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
  • genti che l’aura nera sì gastiga?».
  • «La prima di color di cui novelle
  • tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
  • «fu imperadrice di molte favelle.
  • A vizio di lussuria fu sì rotta,
  • che libito fé licito in sua legge,
  • per tòrre il biasmo in che era condotta.
  • Ell’è Semiramìs, di cui si legge
  • che succedette a Nino e fu sua sposa:
  • tenne la terra che ‘l Soldan corregge.
  • L’altra è colei che s’ancise amorosa,
  • e ruppe fede al cener di Sicheo;
  • poi è Cleopatràs lussuriosa.
  • Elena vedi, per cui tanto reo
  • tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
  • che con amore al fine combatteo.
  • Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
  • ombre mostrommi e nominommi a dito,
  • ch’amor di nostra vita dipartille.
  • Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
  • nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
  • pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
  • I’ cominciai: «Poeta, volontieri
  • parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
  • e paion sì al vento esser leggeri».
  • Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
  • più presso a noi; e tu allor li priega
  • per quello amor che i mena, ed ei verranno».
  • Sì tosto come il vento a noi li piega,
  • mossi la voce: «O anime affannate,
  • venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
  • Quali colombe dal disio chiamate
  • con l’ali alzate e ferme al dolce nido
  • vegnon per l’aere dal voler portate;
  • cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
  • a noi venendo per l’aere maligno,
  • sì forte fu l’affettuoso grido.
  • «O animal grazioso e benigno
  • che visitando vai per l’aere perso
  • noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
  • se fosse amico il re de l’universo,
  • noi pregheremmo lui de la tua pace,
  • poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
  • Di quel che udire e che parlar vi piace,
  • noi udiremo e parleremo a voi,
  • mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
  • Siede la terra dove nata fui
  • su la marina dove ‘l Po discende
  • per aver pace co’ seguaci sui.
  • Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
  • prese costui de la bella persona
  • che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
  • Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
  • mi prese del costui piacer sì forte,
  • che, come vedi, ancor non m’abbandona.
  • Amor condusse noi ad una morte:
  • Caina attende chi a vita ci spense».
  • Queste parole da lor ci fuor porte.
  • Quand’io intesi quell’anime offense,
  • china’ il viso e tanto il tenni basso,
  • fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».
  • Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
  • quanti dolci pensier, quanto disio
  • menò costoro al doloroso passo!».
  • Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
  • e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
  • a lagrimar mi fanno tristo e pio.
  • Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
  • a che e come concedette Amore
  • che conosceste i dubbiosi disiri?».
  • E quella a me: «Nessun maggior dolore
  • che ricordarsi del tempo felice
  • ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
  • Ma s’a conoscer la prima radice
  • del nostro amor tu hai cotanto affetto,
  • dirò come colui che piange e dice.
  • Noi leggiavamo un giorno per diletto
  • di Lancialotto come amor lo strinse;
  • soli eravamo e sanza alcun sospetto.
  • Per più fiate li occhi ci sospinse
  • quella lettura, e scolorocci il viso;
  • ma solo un punto fu quel che ci vinse.
  • Quando leggemmo il disiato riso
  • esser basciato da cotanto amante,
  • questi, che mai da me non fia diviso,
  • la bocca mi basciò tutto tremante.
  • Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
  • quel giorno più non vi leggemmo avante».
  • Mentre che l’uno spirto questo disse,
  • l’altro piangea; sì che di pietade
  • io venni men così com’io morisse.
  • E caddi come corpo morto cade.

Inferno: Canto VI


 

  • Al tornar de la mente, che si chiuse
  • dinanzi a la pietà d’i due cognati,
  • che di trestizia tutto mi confuse,
  • novi tormenti e novi tormentati
  • mi veggio intorno, come ch’io mi mova
  • e ch’io mi volga, e come che io guati.
  • Io sono al terzo cerchio, de la piova
  • etterna, maladetta, fredda e greve;
  • regola e qualità mai non l’è nova.
  • Grandine grossa, acqua tinta e neve
  • per l’aere tenebroso si riversa;
  • pute la terra che questo riceve.
  • Cerbero, fiera crudele e diversa,
  • con tre gole caninamente latra
  • sovra la gente che quivi è sommersa.
  • Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
  • e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;
  • graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
  • Urlar li fa la pioggia come cani;
  • de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
  • volgonsi spesso i miseri profani.
  • Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
  • le bocche aperse e mostrocci le sanne;
  • non avea membro che tenesse fermo.
  • E ‘l duca mio distese le sue spanne,
  • prese la terra, e con piene le pugna
  • la gittò dentro a le bramose canne.
  • Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
  • e si racqueta poi che ‘l pasto morde,
  • ché solo a divorarlo intende e pugna,
  • cotai si fecer quelle facce lorde
  • de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona
  • l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
  • Noi passavam su per l’ombre che adona
  • la greve pioggia, e ponavam le piante
  • sovra lor vanità che par persona.
  • Elle giacean per terra tutte quante,
  • fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
  • ch’ella ci vide passarsi davante.
  • «O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,
  • mi disse, «riconoscimi, se sai:
  • tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
  • E io a lui: «L’angoscia che tu hai
  • forse ti tira fuor de la mia mente,
  • sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
  • Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì do
    La Divina Commedia Inferno Dante Alighieri completo-onlineultima modifica: 2012-10-10T01:18:00+00:00da blogmaster70
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