Evoluzione umana (evoluzionismo di Darwin) Film documentario completo

Evoluzione umana (evoluzionismo di Darwin) Film documentario completoUna teoria scientifica è valida finchè una migliore non spiega gli avvenimenti studiati, e finora la teoria di Darwin sull’evoluzione sembra la più vicina alla realtà.

In questi ultimi anni ci sono state molte critiche , specialmente dall’ambiete religioso su questa teoria.

Va detto che questa teoria non è perfetta, ma di certo è uno dei fondamenti della scienza della biologia, e finchè non se ne troverà una migliore, rimane quella più accreditata.

Un gran bel film, che parte dalla scoperta dell’uomo di Neardhertal, per ripercorrere tutta la storia evolutiva dell’uomo.

documentario storia dell'uomo

Sopra una delle più belle rappresentazioni artistiche fatto dalla specie homo sapiens, che rappresenta se stessa: Il Davide di Michelangelo.

Sopra: L’evoluzione dell’uomo spiegata in circa 1h e 30 minuti di documentario, molto interessante.

Sotto da cosediscienza.it:

 

 Fino a poco più di un secolo fa nessuno pensava che l’uomo potesse aver avuto anch’egli origine da una lenta e graduale evoluzione, perché tutti ritenevano che l’uomo fosse una creatura speciale, creata da Dio a Sua immagine e somiglianza e pertanto profondamente diversa da tutti gli altri esseri viventi. Così è scritto nelle Sacre Scritture e così veniva insegnato alla gente.

Fu Charles Darwin, nel 1871, ad affermare per primo, nel suo libro “The descent of Man” (L’origine dell’uomo), che anche noi siamo esseri viventi come tutti gli altri, e che quindi siamo soggetti alle stesse leggi che governano i fenomeni naturali. L’uomo, pertanto, deve aver avuto degli antenati i quali, a loro volta, dovevano possedere delle caratteristiche simili a quelle degli animali cui egli oggi assomiglia di più, cioè le scimmie. Di qui il falso convincimento che Darwin avesse detto che l’uomo discende dalle scimmie.

In realtà l’uomo non può derivare da un animale che gli è contemporaneo, così come uno di noi non può essere figlio della propria cugina. Darwin affermò semplicemente che uomo e scimmia dovevano aver avuto, in un tempo non molto lontano, antenati comuni, così come due cugini hanno dei nonni o dei bisnonni in comune. Andando molto indietro nel tempo, si arriverebbe a quei pochi organismi primordiali che sono stati gli antenati di tutte le forme viventi attualmente presenti sulla Terra.

 

1. LA TEORIA EVOLUZIONISTICA

  • Prima di addentrarci nell’argomento forse è opportuno chiarire cosa intendano gli scienziati quando parlano di “teorie”, e in particolare vedere che cosa dice la teoria evoluzionistica di Darwin.
  • Non riuscendo in modo coerente e logico a giustificare l’enorme varietà degli organismi viventi, l’uomo non seppe far di meglio, in passato, che ricorrere al concetto di creazione. Secondo questo punto di vista sarebbe esistito un dio, ovvero un’entità trascendente e dalle possibilità infinite, il quale avrebbe popolato la Terra di ogni sorta di esseri viventi e assegnato all’uomo un ruolo preminente. Come tutti sanno, non esiste un unico mito della creazione: ogni cultura ne ha elaborato uno proprio, esclusivo e originale nei dettagli. Tutti questi miti, tuttavia, proprio per la loro stessa natura, non sono delle teorie scientifiche. Non sono teorie scientifiche non solo perché da essi non è possibile trarre previsioni, ma anche per il fatto che non si possono confutare: non è possibile, cioè, dimostrare in alcun modo né che sono veri né che sono falsi. A tutti questi miti, in altre parole, mancano le prerogative tipiche delle teorie scientifiche: essi sono atti di fede e come tali non hanno né, per la verità,  pretendono di avere, un fondamento logico.
  • Essendo un atto di fede, non è possibile ad esempio convincere un credente dell’inconsistenza del mito biblico della creazione, né è intendimento degli scienziati farlo: ognuno è libero di credere a ciò che vuole. Allo stesso tempo però la comunità scientifica pretende che chi apprezza la logica e il rigore del metodo scientifico, cioè della ricerca della verità attraverso l’osservazione e la sperimentazione, sia libero da anatemi e da imposizioni di qualsiasi tipo.
  • I creazionisti spesso, con l’intento di sminuire la teoria evoluzionistica di Darwin, dicono che in fondo si tratta “solo di una teoria” e pertanto è assurdo pretendere che da essa possa scaturire la verità. Chi parla in questi termini non sa cosa sia una teoria scientifica. Cerchiamo allora di spiegarlo in poche parole.
  • Una teoria scientifica non è altro che un’ipotesi, cioè un’idea che si forma nella mente dell’uomo, dopo che questi ha osservato attentamente e scrupolosamente i fenomeni naturali e gli esperimenti di laboratorio. Essa perciò non è la realtà ma una congettura, attraverso la quale è possibile giustificare i fenomeni naturali in modo logico e coerente. Una buona teoria non solo deve rendere ragione dei fenomeni dai quali essa stessa ha tratto origine, ma deve essere anche in grado di prevederne di nuovi da verificare in futuro.
  • Una teoria inoltre non è qualche cosa di fisso ed immutabile, valido una volta per sempre, ma uno strumento concettuale da sottoporre continuamente a verifica. Una teoria viene definitivamente abbandonata quando non è più in grado di spiegare in modo chiaro e coerente i fatti osservati. Normalmente però quando una teoria in seguito all’interpretazione di qualche nuovo fenomeno, entra in contraddizione con i concetti che essa esprime, invece che scartata definitivamente, viene opportunamente corretta e modificata. Una teoria scientifica se è “solo una teoria”, come dicono i creazionisti, è semplicemente tutto quello che deve essere. 
  • La teoria evoluzionistica di Darwin, come tutte le grandi teorie, è molto semplice e si basa su tre presupposti fondamentali. Primo: gli organismi viventi, animali o piante che siano, fanno molti figli: molti di più di quelli che servirebbero per rimanere in equilibrio stabile con il cibo e con lo spazio che l’ambiente mette loro a disposizione. Secondo: gli organismi della stessa specie non sono tutti identici fra di loro; ve ne sono di più grandi e di più piccoli, di più lenti e di più veloci, di più chiari e di più scuri, e così via. Terzo: esiste fra organismi di specie diversa, e anche fra organismi della stessa specie, una lotta continua per la sopravvivenza. In questa lotta prevalgono gli individui più forti, ovvero quelli meglio attrezzati per accedere alle risorse che la natura mette loro a disposizione, ottenendo un vantaggio riproduttivo sugli individui più deboli.

 

 

2. I PRIMI RITROVAMENTI DI FOSSILI UMANI

  • Prima che Darwin, nel 1856, pubblicasse il suo libro sulla teoria dell’origine delle specie per selezione naturale, nella valle del fiume Neander presso Düsseldorf, in Germania, vennero rinvenuti i fossili di un cranio e di alcune ossa degli arti appartenuti ad un essere sicuramente umano, ma dalle caratteristiche strutturali molto particolari. Quel reperto, ovviamente, non venne interpretato su basi evolutive ed anzi alcuni eminenti biologi del tempo ritennero potesse trattarsi dei resti di un uomo moderno, deforme o gravemente malato. Il patologo tedesco Rudolf Virchow arrivò al punto di specificare che quell’individuo doveva aver sofferto di rachitismo in giovane età, aggravato da artrite in vecchiaia (come dimostravano le ossa arcuate degli arti) e ulteriormente peggiorato da qualche brutto colpo ricevuto in testa nell’età adulta. Per altri, invece, si trattava di un soldato cosacco dell’esercito russo (le gambe arcuate erano la prova di una vita passata a cavallo) che aveva partecipato alla guerra contro Napoleone nel 1814 e che, stremato dalla stanchezza (le arcate sopraorbitarie prominenti erano il risultato del continuo aggrottamento dei sopraccigli per il dolore), si era rifugiato in una caverna dove aveva trovato la morte. Successivamente, però, Thomas Henry Huxley, l’amico fraterno di Darwin, lo interpretò correttamente come le vestigia di una razza umana primitiva. A questa razza, di cui verranno rinvenuti in seguito molti altri esemplari, sarà assegnato il nome di “Uomo di Neanderthal” (Homo neanderthalensis).
  • L’uomo di Neanderthal doveva essere un individuo tarchiato, alto circa un metro e mezzo, con un cranio di spessore abnorme, lungo e stretto, ma con una capacità notevole (oltre 1.500 cm³), perfino superiore alla media dell’uomo attuale; esso presentava inoltre la fronte sfuggente, le arcate sopraorbitarie molto prominenti e il foro occipitale non perfettamente parallelo al terreno. Tutte queste caratteristiche portarono ad immaginare gli uomini di Neanderthal come esseri con l’aspetto da bruti che abitavano le caverne e che procedevano con un’andatura curva in avanti, simile a quella delle attuali scimmie antropomorfe.
  • Oggi sappiamo invece che l’uomo di Neanderthal non era affatto un essere bestiale, ma che aveva un’intelligenza e svolgeva un’attività molto simile alla nostra (conosceva ad esempio il fuoco e seppelliva i morti, dimostrando di possedere rispetto per i defunti). Egli visse in un’epoca molto recente (dai 130.000 ai 35.000 anni fa) e viene attualmente considerato una sottospecie dell’Homo sapiens a cui è stato assegnato il nome scientifico di “Homo sapiens neanderthalensis”, mentre noi siamo “Homo sapiens sapiens”. Egli quindi non è un nostro antenato, ma piuttosto una specie di uomo che ha avuto un iter evolutivo divergente rispetto al nostro, iter evolutivo che lo ha portato all’estinzione. I nostri veri antenati hanno invece abitato l’Africa almeno 3,5 milioni di anni fa.
  • Come abbiamo visto, con Darwin la comunità scientifica prese coscienza che anche l’uomo, come qualsiasi altra specie vivente, doveva aver avuto una propria storia evolutiva e si mise alla ricerca delle tracce della sua origine. Nacque in questo modo la paleoantropologia, cioè la scienza che si occupa della ricerca e della catalogazione dei reperti fossili del genere umano. Fra i fossili umani vengono compresi, oltre alle ossa, anche gli utensili che l’uomo stesso fabbricò e utilizzò, e le tracce della sua attività, come i resti dei fuochi che accese per riscaldarsi e tenere lontani gli animali feroci, e i dipinti che realizzò sulle pareti delle caverne in cui visse. 
  • Tutti i ritrovamenti fossili riguardanti la specie umana sono stati rinvenuti praticamente nel secolo scorso e provengono in prevalenza dall’Africa, ma alcuni reperti importanti sono stati trovati anche in Asia e in Europa. I reperti fossili, attualmente esistenti, non sono molti e potrebbero trovare sistemazione, al completo, in una sala da conferenze: tuttavia essi si sono dimostrati sufficienti per ricostruire, in modo soddisfacente, la storia evolutiva dell’uomo.
  • Le scoperte di questi ultimi vent’anni hanno rimandato molto indietro nel tempo la data dell’origine della nostra specie, che prima si collocava intorno ai 500.000 anni. Queste ultime scoperte hanno anche chiarito definitivamente che il genere umano ha avuto le sue origini in Africa e non in Europa, come per lungo tempo si era creduto. In realtà il convincimento che l’Europa fosse stata la culla dell’umanità non aveva alcun fondamento scientifico, ma si basava esclusivamente sulla presunzione che la civiltà europea fosse la più evoluta di tutte. Per questo motivo, resti di Ominidi, rinvenuti a Giava e in Cina alla fine dell’altro secolo e all’inizio di questo, vennero interpretati come resti di scimmie e non come nostri reali antenati.
  • Con il termine di Ominide oggi si indicano collettivamente tutti i tipi ancestrali della specie umana contraddistinti dall’andatura eretta. L’unica specie di Ominide che alla fine sopravvivrà alla selezione naturale sarà la nostra, quella che abbiamo chiamato Homo sapiens sapiens.

 

 

3. LE SCOPERTE PIU’ RECENTI

  • Due milioni di anni fa vivevano contemporaneamente, in Africa, due tipi diversi di Ominidi: gli Australopiteci e quelli del genere Homo. Gli Australopiteci, il cui termine letteralmente significa “scimmie australi” (cioè scimmie del sud), in realtà non erano scimmie, ma uomini primitivi che si sono estinti senza lasciare discendenti. Gli altri, gli Ominidi del genere Homo, sono i nostri più diretti antenati e si sono evoluti fino a pervenire alla nostra specie.
  • Le scoperte più sensazionali di questi ultimi anni sono rappresentate dalla famosissima Lucy e dalle tracce dei passi che tre individui lasciarono sulla cenere ancora calda di un vulcano dell’Africa più di tre milioni e mezzo di anni fa. Si tratta, in entrambi i casi, di Australopiteci che vivevano nella savana e che avevano già acquisi­to un eccellente adattamento all’andatura eretta.
  • Lucy fu scoperta da una spedizione franco-americana guidata dai paleoantropologi Yves Coppens e Donald C. Johanson, nel 1974. Insieme ad ossa di coccodrilli, di roditori e di elefanti vennero ritrovate, nella valle desertica degli Afar in Etiopia, a una sessantina di kilometri da Addis Abeba, alcune ossa di Ominidi che poi furono riconosciute come appartenenti ad un unico individuo. Quell’individuo era una giovane femmina vissuta più di tre milioni di anni fa. Dalla struttura dello scheletro (completo al 40%), si poteva facilmente dedurre che essa era in grado di camminare in posizione eretta. Il nome di Lucy fu ispirato da una canzone dei Beatles molto in voga a quel tempo: “Lucy in the Sky with Diamonds” (usata, fra l’altro, anche come crittogramma della sostanza allucinogena LSD) che i ricercatori ascoltavano di frequente alla radio durante le operazioni di scavo.
  • Le impronte di passi dei tre Ominidi furono rinvenute nel 1976, su uno strato di cenere vulcanica fossilizzata, da una spedizione scientifica guidata dalla celebre paleoantropologa Mary Leakey, moglie dell’ancor più famoso Louis Leakey capostipite di una famiglia di ricercatori che da oltre cinquant’anni opera in Africa orientale nella cosiddetta valle del Rift (Rift Valley). Louis Leakey, figura ormai leggendaria nel campo della paleoantropologia, era nato in Kenia nel 1903 da un pastore inglese trasferitosi in quelle terre per assolvere alla sua missione spirituale; la morte dello scienziato avvenne in quella regione africana nel 1972.
  • Nei pressi di Laetoli in Tanzania sorge un vulcano, oggi spento, ma che alcuni milioni di anni fa era attivo ed eruttava lava insieme ad una gran quantità di ceneri e di lapilli. Su questo materiale polverulento, bagnato dalla pioggia, lasciarono le loro impronte tre ominidi che camminavano su due gambe come noi e i cui piedi non erano, per forma, molto diversi dai nostri. Il terreno su cui si sono conservate le tracce dei tre individui fu datato con il metodo del potassio-40 e risultò avere un’età di 3,7 milioni di anni L’anno successivo al ritrovamento di Lucy, la spedizione guidata da Donald Johanson fece un’altra scoperta sensazionale. Sul fianco eroso di una collina furono individuati i resti di un gruppo di individui che molto probabilmente morirono tutti insieme in seguito ad una catastrofe naturale, forse un’inondazione. Furono recuperati centinaia di denti e di frammenti ossei, appartenenti ad almeno tredici indivi­dui (di cui quattro bambini) che qualcuno pietosamente battezzò “Prima famiglia”. Si trattava di esemplari con caratteristiche simili a quelle di Lucy. A tutti questi Ominidi venne alla fine assegnato il nome scientifico di Australopithecus afarensis (da Afar, il deserto etiopico in cui fu ritrovata Lucy).

 

4. LA STAZIONE ERETTA DELL’UOMO

  • La caratteristica più singolare e in un certo senso più sorprendente dell’uomo è la posizione che il suo corpo assume nello spazio. La nostra specie è l’unica, fra tutti i mammiferi, a camminare in posizione eretta. La conquista della stazione e della deambulazione eretta, da un punto di vista evolutivo, dicono gli esperti, è di difficile acquisizione ed è molto più improbabile dello stesso sviluppo del cervello.
  • Un tempo si riteneva che la stazione eretta, lo sviluppo del cervello e l’uso degli utensili fossero stati acquisiti, dall’uomo primitivo, contemporaneamente; oggi invece i paleoantropologi la pensano in modo diverso. Ad esempio Owen Lovejoy, un biologo esperto di locomozione animale, è convinto che gli Ominidi acquisirono la stazione eretta quando ancora vivevano nella foresta e che poi questa particolare posizione del corpo si rivelò vantaggiosa quando gli stessi furono costretti ad abitare nella savana. Ma che cosa spinse l’evoluzione degli Ominidi in questa direzione? Quali vantaggi evolutivi può aver comportato il camminare permanentemente su due soli arti, rispetto all’andatura su quattro zampe tipica di tutti gli altri mammiferi? 
  • Come tutti (o quasi) sanno, l’evoluzione si realizza attraverso piccole variazioni casuali della struttura del DNA che si chiamano mutazioni e che si ripercuotono in altrettante lievi modifiche dell’organismo entro il quale tale DNA è contenuto. Le mutazioni, in sé, non sono né vantaggiose né svantaggiose per l’individuo che le subisce: tutto dipende dal modo in cui questo individuo reagirà alla prova dell’ambiente. Sarà l’ambiente, in altre parole, a consolidare o a cancellare le variazioni che compaiono sull’individuo mutato.
  • L’andatura su quattro arti è indubbiamente più comoda rispetto a quella bipede ed è anche quella che richiede minore dispendio di energia. L’acquisizione dell’andatura bipede deve essere quindi interpretata come un avvenimento straordinario e niente affatto conveniente. La posizione eretta richiede infatti una ristrutturazione radicale della nostra anatomia, al confronto della quale lo sviluppo notevole dell’encefalo rappresenta un fenomeno di secondaria importanza.
  • Spesso si parla di evoluzione in termini finalistici, come se un particolare cambiamento su di un organismo avvenisse con lo scopo di raggiungere un determinato obiettivo. Si dice, ad esempio, che l’uomo ha acquistato la stazione eretta per poter vedere in lontananza sopra le alte erbe della savana; ma ciò non può essere vero.
  • Le mutazioni del DNA e i cambiamenti che, conseguentemente, queste mutazioni producono sull’organismo, non possono avvenire in previsione di un ambiente in cui questi organismi non vivono ancora: la selezione naturale non ha né coscienza né preveggenza.  L’acquisizione della stazione eretta, da parte dell’uomo primitivo, non avvenne per consentirgli di vedere meglio in lontananza, ma per garantirgli il mantenimento del tradizionale modo di vita in un ambiente che stava mutando, cioè nella foresta nella quale quell’organismo ancora si trovava.
  • La natura, come abbiamo detto, non può prevedere gli ambienti che devono ancora venire e le specie non si possono pre-adattare ad un ambiente che non c’è e che chissà se mai ci sarà. La possibilità di vedere meglio in lontananza, per l’Ominide che aveva acquisito la stazione eretta, non fu quindi la causa dell’innovazione, ma piuttosto l’effetto della sua esistenza.
  • Per concludere, poiché l’evoluzione non ha né scopo, né direzione, dobbiamo ritenere che l’acquisizione della stazione eretta da parte di scimmie primitive che abitavano la foresta sia avvenuta per caso ed abbia posto quegli animali in condizioni più favorevoli rispetto agli altri, perché ha consentito loro di mantenere il tradizionale modo di vita in un ambiente che stava mutando. Ritorneremo sull’argomento.

 

 

 

5. LA NEOTENIA

  • Oggi si ritiene che l’uomo sia fondamentalmente il risultato di un fenomeno biologico che prende il nome di neotenia. Con questo termine, che etimologicamente significa “prolungamento della gioventù“, si indica la tendenza delle specie viventi a conservare, nell’età adulta, alcune caratteristiche fisiche embrionali.
  • Vive in Messico un animale dall’aspetto curioso: il suo nome è axolotl. Esso assomiglia ad un girino gigante ma a differenza del girino, che è una rana immatura, e che quindi non può riprodursi, l’axolotl è in grado di farlo. Esso è cioè un essere immaturo nell’aspetto, ma adulto nelle funzioni.
  • Questo strano animale è stato studiato in laboratorio e si è scoperto che, aggiungendo una minima quantità di iodio all’acqua in cui vive, esso si trasforma in salamandra. Lo iodio è il costituente essenziale dell’ormone che produce la metamorfosi: se manca lo iodio nei laghi in cui la salamandra depone le uova, i girini che nascono non riescono a diventare adulti e muoiono. L’axolotl invece è sia in grado di trasformarsi in salamandra se le acque in cui vive sono ricche di iodio, sia di rimanere allo stato embrionale e continuare a riprodursi sotto forma di girino, se le acque sono prive di iodio.
  • Una mutazione improvvisa e fortuita deve aver determinato, in tempi molto lontani, la comparsa, su alcuni girini delle salamandre del Messico, degli organi sessuali maturi e quindi in grado di produrre spermatozoi e uova. Questi girini si sarebbero quindi trovati nelle condizioni di potersi riprodurre prima che si fosse compiuta la metamorfosi: in questo modo deve essere nato l’axolotl. Ma che cosa c’entra la strana mutazione dell’axolotl con la storia dell’evoluzione umana?
  • L’attinenza invero esiste perché molti studiosi ritengono che anche l’uomo sia un prodotto neotenico. Anzi, non solo l’uomo, ma tutto il gruppo degli animali più evoluti, ossia i cordati, potrebbe essere il risultato di una mutazione neotenica avvenuta centinaia di milioni di anni fa. I cordati sono un tipo (o philum) di animali, a cui appartengono i vertebrati, provvisti di una corda cartilaginea dorsale che funge da organo propulsore e di sostegno. Ora, il fatto che non esista alcun invertebrato che assomigli ai cordati al punto da potersi candidare a suo antenato, esclude che i cordati possano essere derivati da una mutazione comparsa su qualche individuo adulto. Viceversa la larva del riccio di mare, un animale che con i cordati non ha nulla da spartire, assomiglia a tal punto a questo gruppo di animali che molti ritengono che i cordati si siano evoluti proprio a partire dalla struttura immatura del riccio di mare che, al pari dell’axolotl, in seguito ad una mutazione, si è trovata in condizioni di riprodursi in virtù della neotenia. 
  • Anche gli uomini adulti, dicevamo, hanno molte caratteristiche neoteniche. Se si osserva il feto di un mammifero qualsiasi, ad esempio il maiale, si nota che la testa è molto sviluppata rispetto al resto del corpo: questa sproporzione si ridimensiona però successivamente nel corso dello sviluppo. Nel caso dell’uomo, invece, la riduzione del rapporto dimensioni della testa/dimensioni del corpo, è minore. La nostra testa, in altre parole, conserva dimensioni notevoli anche nell’età adulta, consentendo la produzione di una massa celebrale di grosse proporzioni.
  • Ma questa non è l’unica caratteristica neotenica che ci portiamo addosso. Il corpo glabro, ad esempio, è una caratteristica embrionale dei mammiferi i quali, da adulti, hanno tutti il corpo ricoperto di peli. Anche la pelle sottile e delicata, le ossa fragili e i denti di piccole dimensioni dell’uomo adulto, devono essere considerate caratteristiche embrionali dei mammiferi.

6. ANDATURA BIPEDE E RAPPORTI FAMILIARI

  • Ora, facendo riferimento all’andatura bipede, si è osservato che essa richiede un ingrandimento degli arti inferiori ed uno sviluppo notevole dei muscoli. Le gambe di un bambino però sono piccole e gracili: l’andatura bipede non dovrebbe quindi essere il risultato di una modificazione neotenica. Le modificazioni che non sono di natura neotenica sono da considerarsi non naturali e quindi di più difficile acquisizione.
  • Abbiamo detto che la stazione eretta non è affatto una posizione naturale (e tanto meno comoda) come superficialmente si potrebbe credere: essa è una sfida alle leggi della gravità perché eleva il baricentro del corpo e lo colloca in una posizione di perenne instabilità. La stazione eretta richiede quindi, da parte dell’individuo che la possiede, una notevole spesa energetica per la ricerca continua della posizione di equilibrio. Inoltre essa implica anche una serie di rischi come ad esempio l’immobilità, o quasi, in caso di ferite o di fratture di un arto e una serie di disturbi, anche gravi, come lo schiacciamento delle vertebre, le sciatiche, le vene varicose, ecc. E allora quali sarebbero stati i benefici derivanti da questa mutazione in grado di compensare gli inconvenienti fisiologici che devono aver tormentato l’uomo primitivo e che affliggono ancora oggi l’uomo moderno?
  • Il vero beneficio, secondo l’anatomista americano O. Lovejoy, già menzionato in precedenza, sarebbe rappresentato dalla possibilità di utilizzare gli arti superiori come strumenti di presa e di trasporto di oggetti di varia natura e nello stesso tempo di acquisire, grazie alla maggiore altezza, un migliore controllo del territorio. Lovejoy ha elaborato una teoria che spiegherebbe il migliore adattamento all’ambiente che la posizione eretta avrebbe rappresentato per i progenitori della specie umana quando questi si trovarono nella savana a dover competere con le scimmie più prolifiche.
  • Si sa che gli organismi viventi hanno tanto più successo, nella lotta per la sopravvivenza, quanto più sono in grado di lasciare una discendenza: non si tratterebbe quindi di produrre gran numero di figli, quanto piuttosto di far in modo che ne rimanga in vita il maggior numero possibile di quelli nati e per il tempo necessario perché sia prodotta a sua volta altra prole. Ebbene l’uomo, a differenza di tutti gli altri mammiferi, e quindi anche delle scimmie, non ha l’estro. Con questo termine si indica quel periodo di fecondità in cui gli animali manifestano, attraverso segni esteriori evidenti, un desiderio irrefrenabile all’accoppiamento. Tutti hanno potuto osservare i cani e i gatti nel periodo dell’estro, cioè quando, come si usa dire, sono “in calore”.
  • L’estro è una garanzia di prolificità in quanto ogni accoppiamento che avvenisse nel periodo di tempo stabilito dalla natura si concluderebbe inevitabilmente con la fecondazione delle uova e quindi con la nascita di uno o più figli. Ma nell’uomo non è così: esso, come tutti sanno, può avere rapporti sessuali senza che questi portino necessariamente alla nascita di un figlio.
  • Che cosa c’entra tutto ciò con la posizione eretta? Lovejoy immagina che fra gli Ominidi che abitavano la foresta alcuni acquisirono la posizione eretta attraverso una mutazione, dopo che furono costretti a discendere dagli alberi indotti, come vedremo meglio in seguito, da una necessità dettata da cambiamenti climatici. In questi individui, appena scesi a terra, la stazione eretta era presumibilmente molto malsicura, ma andò lentamente migliorando. A questa evoluzione contribuirono alcune mutazioni fra cui, secondo Lovejoy, la comparsa di un individuo privo dell’estro.
  • La prima femmina senza l’estro non avrebbe dunque presentato quelle modificazioni di comportamento, tipiche degli animali “in calore”, capaci di richiamare l’attenzione del maschio dominante il quale è colui che, all’interno del gruppo, feconda tutte le femmine. Questo comportamento è molto diffuso tra i mammiferi ed è la regola, ad esempio, fra i gorilla e i babbuini. Agli altri maschi del gruppo è in genere precluso l’accoppiamento, anche se, in realtà, ad alcuni di essi la cosa è consentita ma solo in periodi non fertili. Così è stato osservato ad esempio fra i babbuini.
  • Il fatto di non possedere l’estro dovrebbe rappresentare uno svantaggio evolutivo: la teoria evoluzionistica insegna però che un carattere può apparire svantaggioso se considerato a sé stante, ma vantaggioso se valutato insieme ad altri con i quali interagisce. Immaginiamo allora che all’interno di un gruppo di pre-Ominidi che abitavano la foresta e che vivevano sugli alberi, ma che erano anche in grado di camminare al suolo in posizione eretta (o quasi), sia comparsa una femmina senza l’estro. Questa femmina avrebbe potuto accoppiarsi con un giovane del gruppo senza incontrare ostacoli da parte del maschio dominante in quanto quest’ultimo non si sarebbe accorto di lei proprio perché priva dell’estro. Da questi rapporti, apparentemente sterili, sarebbe potuta nascere una discendenza, e quindi altre femmine di quel tipo, cioè senza l’estro.
  • Una femmina però che si fosse trovata sola a provvedere all’allevamento del piccolo, avrebbe incontrato enormi difficoltà e forse non ce l’avrebbe fatta a far sopravvivere il figlio e sé stessa. In precedenza, all’interno del gruppo, non vi erano stati di questi problemi, perché, come succede anche attualmente negli animali che vivono in comunità, tutti i componenti del gruppo erano chiamati a collaborare per l’interesse comune.
  • A causa della situazione che si era venuta a creare dovette svilupparsi un nuovo tipo di rapporto fra i singoli componenti del gruppo; si dovette cioè instaurare, fra individui di sesso diverso, un legame personalizzato, di tipo monogamo, in cui il maschio, forse ricattato psicologicamente attraverso richiami affettivi sconosciuti in precedenza, si sarebbe legato ad un’unica femmina, e precisamente a quella dalla quale aveva avuto il figlio. Forse in questo modo è nato quello che chiamiamo “amore”, cioè un rapporto di coppia stabile fondato su attrazioni di tipo diverso da quei comportamenti stereotipati riscontrabili negli animali che conducono vita comunitaria.
  • In questa particolare situazione la stazione eretta sarebbe stata di grande utilità perché avrebbe consentito al maschio, mentre la femmina accudiva ai piccoli, di andare in cerca di cibo e di portarlo, usando gli arti superiori, ai propri figli e alla loro madre. La liberazione delle mani dalla schiavitù della locomozione avrebbe consentito il trasporto del cibo e pertanto il bipedismo e la stazione eretta si sarebbero rivelati, alla fine, un vantaggio nella lotta per l’esistenza, perché avrebbero consentito il perfezionamento delle cure parentali e quindi in definitiva una migliore garanzia di sopravvivenza.

 

 

7. LO SVILUPPO DEL CERVELLO

  • Lo sviluppo del cervello umano o, per meglio dire, un così alto rapporto ponderale fra massa celebrale e massa corporea, è un fatto di secondaria importanza e di più facile acquisizione rispetto alla posizione eretta in quanto, come abbiamo detto, legato alla neotenia. Il cervello dell’uomo è di notevoli dimensioni solo se rapportato a quel­le corporee. Il cervello dell’elefante, ad esempio, è indubbiamente più grande del nostro, ma anche il peso dell’animale è notevole, pertanto, fatti i conti, il rapporto peso del cervello/peso del corpo, anche in questo caso, è decisamente a favore dell’uomo.
  • Il cervello serve per controllare e coordinare i movimenti dei vari organi. Esistono, sparsi qua e là sul corpo degli animali dei recettori, i quali captano segnali dal mondo esterno e li inviano al cervello: questo, a sua volta, dopo averli analizzati, predispone le risposte adeguate da trasmettere ai muscoli e alle ghiandole sistemate nelle diverse parti del corpo. Il cervello dell’uomo non solo è in quantità sufficiente per adempiere a queste funzioni, ma ne rimane ancora dell’altro per realizzare altre attività quali, ad esempio, quelle connesse con il pensiero logico o con la sfera affettiva e psichica.
  • La maggiore potenzialità del cervello dell’uomo non sta tuttavia soltanto nella quantità (la massa celebrale dell’uomo è più che doppia, ad esempio, di quella delle scimmie antropomorfe), ma anche nella qualità. Il cervello dell’uomo si presenta, cioè, maggiormente sviluppato soprattutto in alcune zone come in corrispondenza dei lobi temporali che sono la parte che  controlla la parola e dei lobi frontali che sono la sede del pensiero logico.
  • Questo sviluppo sbilanciato del cervello ha permesso all’uomo di comunicare con i suoi simili, ma soprattutto di pianificare il futuro. L’uomo, infatti, è l’unico animale in grado di prevedere a quali conseguenze porterà una determinata azione. Ciò rende attuabile una programmazione, cioè la possibilità, ad esempio, di costruire strumenti di non immediato impiego, ma che potrebbero risultare utili in futuro. Il linguaggio articolato deve avere allora rappresentato lo strumento fondamentale per tale attività in quanto avrebbe consentito di coordinare i progetti insieme con gli altri componenti del gruppo.

 

8. IL REGIME ALIMENTARE

  • L’uomo si distingue infine dalle scimmie antropomorfe, cioè dagli animali che più gli assomigliano, anche per il regime alimentare. Mentre le scimmie si nutrono di frutti, foglie e bacche, l’uomo mangia anche la carne. Il regime alimentare è legato strettamente alle caratteristiche dell’apparato digerente e in particolare ai denti. I denti dell’uomo sono tutti più o meno della stessa grandezza e disposti su un’arcata dentaria di forma parabolica. I denti delle scimmie antropomorfe sono invece di dimensioni maggiori (soprattutto i canini) e l’arcata dentaria ha la forma di una U, cioè con canini, premolari e molari disposti su due file parallele. Nelle scimmie antropomorfe, inoltre, è ancora presente il diastema, uno spazio fra incisivi e canini che consente l’incastro delle arcate dentarie. Nell’uomo questo spazio non esiste proprio perché i denti, e soprattutto i canini, si sono ridotti di dimensioni.
  • Se ora andiamo a vedere le caratteristiche dei denti degli Ominidi del passato notiamo che negli Australopiteci il diastema si è a mano a mano ridotto senza mai scomparire completamente, mentre nessun Ominide del genere Homo presenta il diastema. Ciò testimonia del fatto che i nostri antenati diretti avevano un regime alimentare più vario rispetto a quello degli Australopiteci, con i quali, per lungo tempo, hanno convissuto.
  • I denti, tuttavia, oltre che per mangiare, servono anche come difesa; se i canini dei nostri antenati, ad esempio, si fossero ridotti di dimensioni prima che questi avessero imparato a fabbricare utensili per combattere, essi si sarebbero trovati privi di un valido aiuto per la difesa e molto probabilmente si sarebbero estinti.

9. L’EVOLUZIONE DEGLI OMINIDI

  • Ritorniamo ora all’evoluzione degli Ominidi. L’Ominide più antico che sia stato fino ad oggi rinvenuto fossile è l’Australopithecus afarensis: esso comparve quasi 4 milioni di anni fa e i suoi resti ci consentono di ricostruirne l’aspetto.
  • L’Australopithecus afarensis era un individuo di bassa statura, tarchiato e con un marcato dimorfismo sessuale: le femmine, cioè, erano molto più piccole dei maschi. Nella specie umana la differenza di statura fra maschi e femmine non è così evidente, mentre essa è ancora riscontrabile nei gorilla. Non è questo tuttavia l’unico carattere di tipo scimmiesco presente in questo antico Ominide: la faccia aveva un muso prominente, proprio degli animali, e il cervello (400 cc) non era più grande di quello di un attuale scimpanzé. La posizione del corpo era invece decisamente eretta. E’ innegabile, pertanto, che l’Australopiteco dell’Afar avesse un corpo da uomo e una testa da scimmia, ma in realtà esso era diverso sia dall’uomo moderno sia dalle attuali scimmie antropomorfe.
  • La dentatura di questi Ominidi presenta il diastema, come si nota attualmente nelle scimmie antropomorfe, mentre i molari, al contrario di quello che si riscontra nelle scimmie più evolute, si presentano più voluminosi dei denti anteriori (incisivi e canini). Questa osservazione fa ritenere che l’alimentazione degli Australopiteci dell’Afar fosse costituita da prodotti duri, come ad esempio noci e granaglie, che necessitano di essere masticati a lungo prima di venire deglutiti. Ecco dunque un’ulteriore prova che l’Australopiteco non viveva più nella foresta, dove vivono tuttora scimpanzé e gorilla e dove si mangiano frutti e vegetali molli, ma nella savana dove si trovano alimenti più duri.
  • Il motivo per il quale l’uomo primitivo si sarebbe allontanato dalla foresta per andare ad abitare nella savana oggi viene spiegato facendo ricorso ad una serie di eventi naturali che si sarebbero verificati fra la fine del Miocene e l’inizio del Pliocene, cioè all’incirca fra i 6 e i 4 milioni di anni or sono. Gli eventi di cui si parla sarebbero a loro volta la conseguenza di un fenomeno geologico di più vaste proporzioni che ha coinvolto tutta la superficie terrestre e che prende il nome di “deriva dei continenti”.
  • Duecento milioni di anni fa, all’inizio del Mesozoico, le terre emerse erano riunite tutte insieme in un unico continente che i geologi chiamano Pangea. La Pangea successivamente si spezzò in due blocchi, uno a nord detto “continente di Laurasia” ed uno a sud detto “continente di Gondwana”. Fra i due blocchi continentali si insinuò un mare di enormi dimensioni chiamato Tetide o mare mesogeo. Successivamente anche i due grandi continenti si smembrarono a loro volta in “zolle” più piccole che andarono alla deriva, viaggiando sul mantello fluido sottostante. Questi blocchi continentali vennero poi a collidere fra loro (e ancora oggi lo fanno), provocando fenomeni sismici e vulcanici oltre all’accavallamento dei loro bordi con formazione di catene montuose. In conseguenza di questi scontri, alcune zolle si fratturarono ulteriormente.
  • Nel suo lento e persistente movimento verso nord la “zolla africana” finì per andare a scontrarsi con quella europea. A seguito dell’urto, si chiuse il grande oceano primordiale della Tetide, lasciando delle piccole cicatrici rappresentate dal Mediterraneo, dal mar Nero e dal Caspio. Successivamente il Mediterraneo si prosciugò, molto probabilmente a causa di una forte evaporazione e della contemporanea provvisoria chiusura dello stretto di Gibilterra, che impedì il rifornimento delle acque atlantiche. La zona del bacino del Mediterraneo si trasformò quindi in un grande deserto, interrotto qua e là da laghi salati, e il clima di tutta la regione si modificò radicalmente. Dall’Europa del nord, fino all’Africa settentrionale, il clima si fece più freddo e soprattutto molto più asciutto. A quel punto, la foresta equatoriale, che in precedenza si estendeva su di un vastissimo territorio, cominciò ad arretrare lasciando lo spazio alla formazione di immense savane.
  • Anche l’Africa orientale, che nel frattempo si era staccata dal resto del continente, per il formarsi di una profonda frattura tettonica chiamata Rift Valley, si sollevò e cambiò decisamente il suo clima. Le piante e gli animali che non riuscirono ad adattarsi alle nuove condizioni ambientali scomparvero mentre altri organismi, provenienti da zone limitrofe, vi trovarono un habitat adatto al loro stile di vita. La fauna e la flora in quella zona si modificarono quindi profonda­mente.
  • Da quelle parti vivevano anche i nostri più lontani antenati che nel frattempo la faglia del Rift aveva separato in due gruppi: quelli che rimasero ad ovest, dove persistette l’ambiente di foresta equatoriale, si sarebbero poi differenziati nelle attuali scimmie antropomorfe, mentre quelli che si trovarono ad est, in ambiente di savana, dettero origine agli Australopiteci, cioè a quel gruppo di organismi che si sarebbe separato definitivamente dal mondo animale. Questa ipotesi è stata chiamata scherzosamente dal paleoantropologo francese Yves Coppens “East Side Story” (La storia del lato est). Secondo Coppens quindi non fu l’Ominide ad uscire dalla foresta per dirigersi verso la savana, ma fu piuttosto la foresta stessa a scomparire sotto i suoi piedi.
  • Il caso dell’Africa orientale che abbiamo appena descritto è un esempio istruttivo di quello che in biologia si chiama “speciazione”, cioè la comparsa di nuove specie. Le nuove specie, come abbiamo detto, sono prodotte dalle mutazioni e tuttavia queste da sole non sono sufficienti: anche la pressione ambientale svolge un suo ruolo importante. Se le mutazioni avvengono in un ambiente che rimane sempre lo stesso, queste mutazioni non avranno seguito risultando o insignificanti o addirittura letali e quindi lasceranno gli organismi, nel loro insieme, così come sono sempre stati. Diversa sarebbe invece la situazione di un organismo che si trovasse a vivere in un ambiente nuovo: in tal caso la mutazione potrebbe acquisire un significato positivo e perdurante.
  • Le scimmie Platirrine del Nuovo Mondo, ad esempio, ben adattate a vivere sugli alberi, non hanno cambiato forma da milioni di anni, nonostante il verificarsi di innumerevoli mutazioni che tuttavia l’ambiente ha regolarmente cancellato perché si dimostravano inadatte in un territorio che rimaneva sempre lo stesso. I pre-Ominidi invece, che si sono trovati a vivere nella savana, cioè in un ambiente completamente diverso da quello in cui vivevano prima, hanno subìto mutazioni riguardanti la postura, lo sviluppo delle masse muscolari, la forma e le dimensioni dei denti e delle mascelle, che si sono rivelate altrettanti caratteri di fondamentale importanza per il nuovo ambiente.

 

10. GLI ALTRI AUSTRALOPITECI

  • L’Australopithecus afarensis non è l’unica specie di australopiteco che sia stata rinvenuta fossile. Un altro esemplare dello stesso genere, ma un po’ più evoluto, venne ritrovato in Sud Africa ancora nel lontano 1924.
  • Nella località di Taung (il posto di Tau, il Leone) al confine sudoccidentale del Transvaal, nella primavera del 1924, alcuni cavapietre estrassero dalle rocce un cranio, in buono stato di conservazione, che fu consegnato al direttore della miniera il quale, ignorandone il valore scientifico, lo usò come fermacarte fino a quando una giovane studentessa, che lo aveva notato, non consigliò il dirigente di portarlo ad un professore di anatomia dell’Università di Johannesburg, certo Raymond Arthur Dart.
  • Questi osservò che il cranio presentava alcune caratteristiche tipicamente umane come i denti piuttosto piccoli e la posizione del foro occipitale spostata in avanti, mentre altre particolarità, come le ossa facciali e le ridotte dimensioni del cervello, erano specifiche delle scimmie. Dart notò anche la presenza di molti denti di latte la quale faceva ritenere che il cranio doveva essere appartenuto ad un individuo molto giovane, forse un bambino di 5 o 6 anni. Data la giovane età, al fossile venne assegnato il nome provvisorio di “Taung Baby” (Bambino di Taung), e con tale nome ancora oggi è noto.
  • Le caratteristiche tipicamente umane del cranio erano rappresentate, come abbiamo detto, dalla forma della mandibola e dai denti (in particolare i canini) di dimensioni piuttosto ridotte e dalla assenza del diastema. Inoltre il foro occipitale era posizionato in modo tale da consentire la stazione eretta.
  • Dart si convinse di trovarsi di fronte ad un cranio che, anche se presentava ancora alcune caratteristiche di tipo scimmiesco, doveva essere appartenuto ad un antenato diretto dell’uomo. Tuttavia egli non ebbe il coraggio di chiamare quell’individuo “uomo” e, tradendo le sue origini australiane, gli assegnò il nome scientifico di “Australopithecus africanus” che vuol dire scimmia del Sud che viene dall’Africa. Fu quindi Dart a coniare per primo il nome di Australopiteco per designare questo particolare genere di quasi-uomini e, poco tempo dopo, la descrizione particolareggiata delle caratteristiche del reperto apparve in un famoso articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, nel 1925.
  • Dart però a causa di quell’articolo venne emarginato dalla comunità scientifica, perché in esso aveva osato affermare che l’uomo avesse degli antenati africani, ma il motivo di tanta avversione verso la nuova scoperta era dovuto anche al fatto che i paleoantropologi, soprattutto quelli inglesi, erano condizionati dal rinvenimento di un cranio fossi­le avvenuto alcuni anni prima in Inghilterra.
  • Nel 1912 un giovane archeologo dilettante annunciò di aver rinvenuto a Piltdown, una località a pochi kilometri da Londra, in sedimenti ben consolidati e profondi (quindi non molto recenti), insieme ad ossa di mammiferi estinti, parecchi frammenti di un cranio dalle sembianze umane e una mandibola, spezzata un più parti, di tipo scimmiesco. Sembrava si trattasse proprio di quell'”anello mancante” della specie umana che alcuni scienziati cercavano da tempo e che mai era venuto alla luce. In realtà ci si trovava di fronte ad un’abile mistificazione
  • Molti paleontologi di chiara fama si lasciarono ingannare da uno scherzo ben organizzato, perché fu loro presentato proprio ciò che essi si aspettavano di trovare. Altri paleontologi, meno ossessionati dal l’idea dell'”anello mancante”, si dimostrarono scettici, ma non riuscirono a provare che si era in presenza di un imbroglio perché l’Uomo di Piltdown venne subito posto sotto chiave nel museo di storia naturale di Londra, dove rimase fino al 1953. Solo in quella data fu finalmente possibile sottoporre il reperto ad un esame accurato che dimo­strò, senza ombra di dubbio, che né la mandibola, né il cranio erano molto antichi. L’età del reperto fu controllata con il metodo di datazione al fluoro, che mise in luce che cranio e mandibola non erano contemporanei. Successivamente fu accertato che in effetti si trattava di una mandibola di un orangutan moderno e di un cranio che era appartenuto ad un individuo umano vissuto fra il 1200 e il 1300. Inoltre, al mi­croscopio, fu anche possibile osservare i segni della lima che aveva ridotto i denti per imitarne l’usura nonché la contraffazione del colore che era stato usato per far sembrare fossili delle ossa che fossili non erano. 
  • Ritornando ora al ritrovamento sudafricano del Bambino di Taung, Dart, che conosceva bene il fatto suo, sapeva perfettamente che, da piccoli, scimpanzé e uomo si assomigliano molto di più che da adulti. Tuttavia le dimensioni del cranio fossile, anche tenuto conto della giovane età, erano tali da non poter essere ritenute quelle di un uomo, ma d’altra parte non potevano essere nemmeno quelle di una scimmia antropomorfa, anche perché le scimmie antropomorfe vivono tutte nella foresta tropicale e questo tipo di foresta, da milioni di anni, non era più presente in Sud Africa.
  • Quando Dart portò il suo reperto a Londra e si rese conto che la comunità scientifica del luogo aveva accolto con molta freddezza la sua scoperta, avvilito, pensò di ritornare ad insegnare anatomia all’Università. Fu allora che un certo Robert Broom, un medico con la passione per l’antropologia, riuscì a convincerlo a non abbandonare la lotta e a continuare con lui la ricerca di fossili umani. I due collaborarono per una ventina d’anni e portarono alla luce numerosi resti fossili del genere Australopithecus.
  • I luoghi sudafricani che fornirono materiale sufficiente per stabilire definitivamente la natura ominide dell’Australopiteco furono Sterkfontein, Makapansgat, Swartkrans e Kromdraai. Da qui uscirono non solo molti fossili ascrivibili al genere Australopithecus africanus, ma anche una forma di Australopiteco alquanto diversa a cui fu assegnato il nome di Australopithecus robustus.
  • Negli anni successivi alle scoperte di Dart e Broom furono portati alla luce resti di Australopiteci anche in Africa Orientale dove operavano i coniugi Leakey. Il primo reperto del genere fu individuato in una località della Tanzania detta “gola di Olduvai”, nel 1959, da Mary, la moglie di Louis Leakey, in una giornata in cui il marito non era potuto uscire perché costretto a letto dalla malaria. Quando Louis vide il reperto capì subito che si trattava di un Australopiteco, ma volle lo stesso assegnargli un nome proprio ed esclusivo e lo chiamò Zinjanthropus boisei, cioè “uomo di Zinj”, da una parola araba con la quale veniva indicata l’Africa Orientale, mentre il nome specifico si riferiva a Charles Boise il finanziere londinese di origine americana che sovvenzionava le sue ricerche. L’età del fossile venne stimata con il metodo potassio-argo e fissata intorno al milione e ottocentomila anni.
  • Il nome di Zinyantropo, assegnato da Leakey al reperto, durò poco perché gli antropologi, notando una forte somiglianza con gli Australopiteci robusti del Sud Africa, lo ribattezzarono Australopithecus boisei. Successivamente vennero ritrovati, nei pressi del lago Natron in Tanzania, e anche poco più a nord nella valle dell’Omo, al limite settentrionale del lago Turkana (ex lago Rodolfo), altre mandibole e crani dello stesso tipo.
  • Gli Australopiteci risultavano quindi presenti sia in Africa meridionale, sia in Africa orientale, ma solo con il tipo robusto, mentre dell’Australopithecus africanus non sono mai stati rinvenuti dei fossili fuori della zona dell’Africa del Sud. 
  •  Dart oggi viene considerato l’iniziatore della paleoantropologia moderna in quanto con lui questa disciplina si indirizzò su rigorose basi scientifiche. Dopo i ritrovamenti del Sud Africa e dell’Africa Orientale, gli studi si incentrarono soprattutto sull’approfondimento delle conoscenze degli Australopiteci, e Dart ebbe la fortuna di vivere per intero questo avvincente periodo della ricerca paleoantropologica: egli morì, infatti, nel 1988 all’età di novantacinque anni.


Evoluzione umana (evoluzionismo di Darwin) Film documentario completoultima modifica: 2012-12-01T15:25:00+00:00da blogmaster70
Reposta per primo quest’articolo